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MEDITERRANEA

di Antonio De Luca

 

dove il mare finisce e la terra comincia lungo le coste

tra sponde d’arene dune e irti vulcani l’ulivo vive

sopra colline assolate per valli prima che il deserto abbia inizio

arrampicato tra rocceti lungo i fiumi i laghi sopra le rive

come faro su ventosi faraglioni si arrampica dal mare

ama solitarie isole sfida solitudini e ogni tempo

quel tempo mio avulso da ogni età dall’agire

vede passare così navigli e uomini di mare l’ulivo

ma non conosce il loro destino tutto gli è ignoto

come a me il fato

 

l’ulivo della terra odorosa

 

di Odisseo a Itaca fu giaciglio la notte qui Penelope lo attese

fu sacro agli dei lanterna di poeti rifugio e gloria

quiete nei versi virgiliani ozio e beatitudine per Orazio

i tebani invocarono Edipo con ramoscelli d’ulivo

tra le foglie un passero cantò l’amore di Garcia Lorca

 

sotto di esso da tempo il viaggiatore riposa

gli stanchi piedi cura al pensiero dà respiro

l’albero fiero nell’ora più calda al nomade ridesta le radici

 

sulle fronde nell’ombra rupestre lo abita il rondone la tortora fa il nido

i pascoli hanno rifugio nelle ore assolate

sotto di esso le donne ai bambini versano latte da seni copiosi

il vento soffia sul fogliame d’argento all’apparire di Espero

quasi a immergersi nel mare lo vedi dalle barche apparire

gli sono compagni l’alloro selvaggio

la palma che il mare circonda

il corbezzolo dai frutti rossi e carnosi

il terebinto resinoso

raccoglie le randagie voci il cantore

 

più in là il fico maestoso e selvaggio dalla chioma contorta

le grandi foglie coprono i frutti maturi sotto al sole del sud

cresce tra calanchi e terrazzi dignitario della propria libertà

desidera poca terra quest’albero taciturno e profumato

ama essere dipinto da viaggiatori alla memoria dei luoghi

 

tra i rami dal colore del sale antico la lucertola trova riparo

bambini berberi felici si rotolano tra i tronchi alle brezze

i frutti cadono i pori della terra si fanno giardini

il contadino li raccoglie e secca per il freddo inverno

 

stipati in vecchi bauli profumeranno le fredde stagioni

 

una lontana vigna dalle foglie rossicce degrada sul mare

tra gli acini il vento

 

alghe e acqua marina poggiano le labbra

protegge il canneto a margine gli acini maturi e succosi

fa ombra ai grilli e ai vecchi nelle controre

tra i tralci sotto le foglie della capinera trovi il nido

elegante la vite non conosce il suo tempo tra gigli di mare e violacciocche

arriva da Babilonia

Laerte la curò per Ulisse sulla pietrosa Itaca

poi al mediterraneo diede lustro e sapienza

sui versanti lungo le coste un ceppo lega gli uomini alla terra

un solo calice disseta marinai e pastori contadini e viandanti

ai filosofi suggerisce verità versi per l’aldilà ai poeti

 

in vigne sopra il porto

un’ isola

tra ulivi e fichi lasciai la mia adolescenza

qui naufragio e salvezza chi mi donò i suoi segreti

l’abbraccio di fuoco degli dei

l’età salina avevo assi di stracquo per navigare

stracci di canapa come vele

cercavo l’impossibile nel mare ma trovai l’inutile peccato

costruivano le prigioni in silenzio i guardiani di un dio

 

nelle terse sere osservavo il cielo sul mare

qui passano gli aeroplani la notte e le navi sull’orizzonte

tanti punti di vista mi urlavano lassù le arcane voci

ad un pozzo d’acqua piovana allora bevvi e lavai il viso

fui estraneo e smarrito lontano partito di fretta

 

solo scavalcato quel muro senza sponde

 

tra i bianchi cortili di calce apparvero così isole e donne

 

un’ isola prima che fosse isola mi trascinò per terre e mari

conobbi l’abisso e dell’orsa le stelle

 

nel viaggio mi appariva sempre Atena scalza per rive

portava rossi gelsi e unguenti di mirra

il vento alzava la tunica le cosce levigate

bianche come le calle colonne a templi greci

 

è qui che il tempo più non lavora

la bellezza eterna fu l’amore la dea mi trascinò

 

colsi così per lei melograni e preparai sontuose dimore

tra resti di divinità e rifugi di fortuna sopra rovine viventi

sbucciavo gli aranci e schiacciavo acini d’uva rossa per le sue labbra

 

la dea mi chiedeva innocenza

ed io libero vado dove vado

 

e fu così tutta la vita in ogni dove

dinanzi a me stava il mondo intero

di un cuore che ama innocente!

 

nei sogni profondi vive il mediterraneo accanto a me

lungo le sue sponde fenici e greci pirati filosofi e viaggiatori

eremiti e asceti donne partorienti fuggiaschi morti di fame e pezzenti nomadi e

carovanieri anarchici

poeti si struggono in follie

 

ho visto profeti contadini nelle grotte protettrici spezzare il pane odoroso imbevere

del sacro

ulivo

alla tavola ringraziare un padre

 

tra un calice di vino dal sole dorato accogliere lo straniero

il viaggio da Marsiglia ad Istanbul per Tangeri la ventosa e l’Andalusia una

femmina

mi rapì

 

poi Bengasi Siracusa e Creta

la saggia Alessandria appare dal mare

ed ecco Atene la metafisica

al porto di Beirut stamane un vecchio e un bambino sulla riva

aspettano l’onda di battigia salutano le navi che arrivano

per chissà quali destini vecchi e bambini aspettano sul mare

quel mare cassaforte dell’innocenza

quale destino attende l’innocenza

 

ah! quel mare di gioie e scoperte divenuto lacrime e sangue

sono qui con la mia miseria e il mio amore

ogni speranza davanti al crepuscolo

i porti e le caverne colorano di oro e di rosso le mie strade

le illusioni nutrono le radici

e sento fatale il vasto mare

qui nell’immensa sera mediterranea

la mia anima è la mia patria

 

sono andato a passeggiare lungo la Corniche di Beirut

mangio gallette inzuppate in una chorba di pesce

come i nonni su quei bastimenti zingari tra porti e segreti

penso a quei ragazzi immobili ai bastioni di Essaouira

fissi gli occhi sull’oceano come statue messe lì per l’eternità

cosa dirà il loro muto parlare

 

è tutto qua il mistero mi chiedo

 

il silenzio la parola perfetta che tutto contiene

sopra una barca io e il nonno ore instancabili di silenzio

un alba sul mare davanti l’isola le reti lo stridio dei gabbiani

lo sciacquìo dei remi il volo di una quaglia tutto in silenzio

 

solo il silenzio esiste

 

mi sono perso come d’abitudine davanti ai porti

davanti a questa luce fusa di arcane voci dove il silenzio dimora

il mistero dell’innocenza l’illusione e la speranza

dove vado

 

presente ma immensamente lontano

c’è sempre un'altra storia e c’è più di quello che l’occhio vede

fragile orizzonte nelle strade dove cammino

un borgo è il mio mediterraneo l’udire della memoria

si affrettano ora gli uomini al richiamo della preghiera ai vespri lungo ogni sponda

purificano il capo bagnano i piedi all’acqua sacra dei templi

la moschea Al Amin ricolma la voce del profeta di Allah

così a Istanbul o a Fes il grido dell’eterno sull’umanità

 

come in quella tonda chiesetta dal tetto a scaglie rosse

che l’isola mia raccoglieva intorno al mare in rivolta

altro dio avemmo nei vespri e nelle processioni

dai deserti così dal mare l’uomo davanti al proprio destino

nel gran teatro dell’assurdo recita l’inganno per vivere

questi dei tutti cosa dicono delle nostre esistenze erranti

 

la religiosità non è un dio

chi è costui che tutto decide e nessuno è all’infuori di lui

giustiziere assoluto sanguinario al di là del bene e del male

altro fu il luogo della ragione e dell’innocenza

brezza del mare, brezza

che spingi le veloci erranti navi

sulla distesa delle onde, dove

condurrai me...? in quale casa giungerò?

 

Trasportato dal remo

che fende il mare ai lidi delle isole

approderò, per vivere una vita...

e così la coscienza mia ora vaga d’immensità mediterranea

qui solo tutto gli appartiene

qui sono io pienamente di là c’è qualcosa

da ponente a levante e da nord a sud

scoprire quanti segreti stanno nel destino di una navigazione

quel segreto dell’istinto naturale con cui viviamo la vita

 

che avrebbe detto Pessoa se mi avesse conosciuto

a Lisbona girare tra gli angoli delle sue strade

curare gli ozi tra un bicchiere di vino e gli altri di me

verso un amore che mi facesse partire senza ritorno

mia amata Beirut ti conobbi da bambino

su lettere a mio padre l’infanzia fu una mappa aperta

 

immaginavo porti navi valigie clandestini e diari di bordo

poi altre lettere ancora a marinai e donne amate

era questa la libertà il luogo della ragione

del non tempo tra quello che sento e quello che sono

amare la bellezza lasciare al mondo nuovi segni

ogni giorno dare forma a una ragione dell’esistenza

cammino ora nella medina e mai nessuno mi stanca

odorano di Fieno le strade

 

quella vigna che il libeccio copriva di silenziosa salsedine

e tutto era silenzio il grande silenzio del sudario marino

un mucchio di libri nella mia casa

come sestanti e stelle compassi e carte nautiche un teatro

quei libri sgualciti strappati unti di cibo e fervore indomabile

pagine lacere di fatica di sale e di polvere

lacrime mai versate

 

è ancora la Grecia l’orizzonte di questo mare

la vecchia luce mediterranea ora mi abita

cammino sopra una mappa indistinta dell’antica Palestina

questa stirpe biblica è la casa che oggi sono

clandestino di un isola vago Adespota

cambio pelle ad ogni porto

 

ogni porto ha uno Straniero una ragione e un innocenza

di quel tempo di quelle lettere non c’è più nessuno

solo il vecchio padre resiste ad ogni rivolta

traccia rotte a quegli uomini sopravvissuti

la sua casa è l’ultima traccia l’ultimo porto

qui tutto è preso in prestito

 

la sera azzurra tra i vicoli della medina libanese

il vento ubriacante dei porti è calmato

sul finire del giorno s’involano le parole perfette dei silenzi

amate dagli dei dove sbocciano ancora i fiori fatali

e le berte la notte coprono il mare di struggente pianto

 

il mare salato del bambino che navigò

di tutto questo andirivieni di voci non sono che il sedimento

un polveroso portolano di oceani scogliere e cose marittime

dove tutto è cose marittime mistero sopra l’argivo mare

 

ognuno deve avere una casa dove andare

solo per vivere soltanto per ritornare

dove tutto mi ricorda qualcosa

 

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