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QUANDO LA POLITICA DIVENTA TIFO CALCISTICO

di Danilo D'Amico

 

Evviva il colpo di scena mediatico! Evviva la teoria dello scandalo che innesca l’indignazione d’occasione, toccando sapientemente le suscettibili corde della malandata morale borghese. Il mondo come volontà e cattiva rappresentazione verrebbe da dire, citando il buon Schopenhauer

 

Volontà eccessiva del colpo di scena e rappresentazione approssimativa degli avvenimenti, che indirizzano l’attenzione su piani superficiali di analisi, deviando l’osservatore dalla focalizzazione dei reali fattori che determinano il disagio sociale. Di sicuro, per noi poveri mortali, è irresistibile vestire i panni del tifoso, dello sfegatato opinionista che si nutre di ghiotte notizie trapelate e di mezze verità; sempre avido di acrobatici appigli, sempre pronto ad identificarsi e a difendere a spada tratta la propria squadra del cuore, inorgoglito dalla vana gloria derivante della partecipazione al secolare processo del Lunedì.

 

Chi opera in certi ambiti sa bene come funziona il tutto, e capita che l’attenzione venga dirottata in modo agile dai mancati rimborsi pentastellati al presagio di tangentopoli nella gestione dei rifiuti campani, il tutto sapientemente impastato e sacrificato sull’altare del dio Caos pre-elettorale. Sembra quasi ci si sia concesso di ri-cadere ogni volta dalle nuvole, e che ci si possa trovare realmente sbalorditi nel constatare le illegalità che ristagnano stabilmente nel nostro apparato sociale. Basta una lieve brezza per scatenare un diluvio di colpi di tastiera, che fanno rivivere il nostro essere faziosi a tutti i costi, dando libero sfogo ad un’indignazione d’occasione.

 

Panem et circenses, potrebbe essere ancora uno strumento valido, ma facciamo attenzione a dichiararlo apertamente, potremmo passare per complottisti o scettici democratici, e comunque potremmo incombere in una miriade di definizioni figlie di un persistente perbenismo. Alle volte ci si chiede se quello che accade ad un popolo, non sia altro che il riflesso della proiezione di noi stessi nella società, e si potrebbe ipotizzare che non si parte dall’essere popolo ma al popolo ci si arriva. Potrebbe essere opportuno costruire prima di tutto l’individuo per poi poter concorrere a far parte di un organo più grande che possa definirsi popolo.

 

De-strutturiamo il nostro modus operandi che vive di regole morali, il più delle volte applicate ma non intimamente analizzate e sentite; compiamo un atto di forza e di amore utile a noi stessi, sovvertiamo il concetto del marcio ripartendo dal basso. Piantiamo il seme dell’individuo nel nostro intimo io e facciamolo germogliare, in modo che l’uomo italiano superi la condizione di attuale e possa finalmente concorrere alla creazione di un popolo. Riappropriamoci del vero in luogo di una morale d’occasione ereditata ma non realmente maturata. Abbandoniamo gli automatismi e decidiamo di sentire, di crescere così come fa il bambino che a mano a mano si affranca dal genitore nel naturale corso della vita.

 

Mettiamo in conto che possa esistere la necessità di un nostra evoluzione, il bisogno inderogabile della presa di coscienza della realtà di noi stessi, il necessario abbandono dell’idea di affidarsi e del desiderio di definirsi facendo il tifo per qualcos’altro. Valutiamo il tentativo di essere, prima che sia troppo tardi per pentirsi dell’occasione sprecata.

 

La base è l’uomo, l’uomo che diventa individuo ancor prima di divenire un popolo.



 

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