· 

'U MAL TIEMP'

di Silverio Mazzella

 

Spesso ci rivolgiamo alle persone anziane per avere un consiglio, consapevoli che la loro esperienza possa esserci utile, a volte la vita propone prima gli episodi e poi magari ci si chiede il perché.

 

Tra le tante volte che andai a pescare con mio padre, una in particolare mi colpì, credo sia stata l'unica volta in cui ho avuto paura di mio padre, eppure ne ho combinate tante. Tutto successe al mattino, come tante altre notti io facevo il primo turno di guardia, quando il sonno stava per prendere il sopravvento, lo chiamavo e lui restava sveglio fino all'alba; quando iniziavamo a salpare le coffe.

 

Quella mattina vi era un mare calmo, sembrava olio, non un alito di vento. Punta imperatore (faro di Ischia) sembrava raggiungibile facilmente, tutto andava perfettamente, io tiravo le coffe e papà scioglieva i palloni, poi quando arrivava il pesce era lui che tirava.

 

Quel giorno, credo di aver avuto 14 anni, sono certo che non ero ancora iscritto al nautico; mio padre era dovuto intervenire già due volte quando, visto che io tiravo con tanta fiacca a causa del sole iniziò a dirmi che dovevo fare presto perché era brutto tempo, io guardavo il cielo ed il mare e pensavo <<papà stamane non sta bene, è strano, se bevesse penserei si sia ubriacato, ma è astemio, beve solo acqua e caffè>>.

 

Così tranquillo lavoravo come gli altri giorni, arrivò anche il terzo pesce, papà lo mise in barca e mentre andava a poppa mi disse : “ taglia a coff” io non gli diedi ascolto e proseguii a tirare, “papà amm pigliat già 3 pisc e tenimm a tirà ancor 200 ambr “ (papà abbiamo preso già 3 pesci e dobbiamo tirare ancora 200 ami) lui stette zitto per un po' poi di nuovo, “ taglia a coff” ed io: ma dai che arriviamo a terra mezz'ora prima o dopo cosa cambia, stamani non ti riconosco, sei insopportabile. Allora lui prese il coltellaccio da macellaio che si usava per pulire i pesci ed arrabbiato come mai lo avevo visto, neanche le volte che me le dava per le marachelle, e gridò con quanto fiato aveva, “tu ca è a fà chell ca i dic “ (tu devi fare quello che dico) e veniva verso di me. Il sangue mi si congelò, pensai mio padre è impazzito ed armato, devo assecondarlo altrimenti rischio che mi ammazzi. Lui tagliò la coffa, ritornò rapidamente a poppa ,accellerò il motore al massimo e mi dette il seguente ordine: “attacc tutt chell ca s move e pò cadè a mar” (lega tutto ciò che si muove o potrebbe cadere in acqua).

 

A quel punto credevo di avere la certezza che mio padre non stesse bene e lo assecondavo per paura di quel coltellaccio che era alla portata delle sue mani. Non finii neanche di legare il tutto che le raffiche di vento di tramontana ci raggiunsero, per completare il mio lavoro dovetti mettere le spalle al vento altrimenti avrei respirato spruzzi d'acqua .

 

Appena terminai, visto che a quei tempi non v i erano i telecomandi ma bisognava agire dal vano motore, mi disse “sta dentro e fa esattamente quello che ti dico”... e lo feci, a volte mi diceva “aument a tutta forz”, a volte “mezza forz”, a volte “adagio” ( avanti tutta, a volte avanti mezza, a volte adagio) e gli ordini mi venivano dati inversamente proporzionali alla violenza delle onde. Procedevamo tra mille difficoltà e nonostante la massima concentrazione di tanto in tanto prendevamo colpi di mare violenti, il mare era tutto contro e stavamo ad almeno 20 miglia da ponza, dopo un bel po' che andavamo avanti ci raggiunse una barca più grande di noi che tra l'altro era anche più veloce, il nome della barca era “Capricciosa”. Era di proprietà di uno zio di mio padre ed il capobarca un suo cugino, Luigi Ferrucci, noto come “Marascialluott”.

 

Questi viste le nostre palesi difficoltà si mise ad un centinaio di metri a fianco a noi, rallentò, e praticamente stette con noi fin quando non arrivammo tra la botte e le formiche. Poi si avvicinò ulteriormente e avuta conferma da mio padre che tutto era ok si avviò verso ponza.

 

Solo quando arrivammo a casa io iniziai a tranquillizzarmi e capii che papà non era impazzito ma sapeva qualcosa a me ignoto, aspettai qualche giorno e poi gli chiesi: “papà ma tu comm è fatt a sapè ca venev u mal tiemp era na iurnat i Padratern, io tenev na fiacc” (papà ma come hai fatto a sapere che arrivava il cattivo tempo, era una giornata da DIO, io avevo tanta fiacca.) e lui per farmi capire mi disse:

-“quann stamm a mar; ponza a vid?” ( quando stiamo in zona pesca la vedi ponza?) ed io, “quasi mai”.

-“E chell iurnat s vedev o no?”( quel giorno era visibile o no?) “parev ca tuccav chi mman” (era tanto vicina da sembrare di toccarla)

-“che vediv cchiù?” (cos'altro vedevi) “e papà se vedev u Circeo fin a Anzio” (si vedeva il Circeo fino ad Anzio)

-“aviv mai vist?” (lo avevi mai visto?) “no”

-“e cerch i nu vedè mai cchiu!” (fa in modo di non vederlo più).

 

Afferrai il concetto di base, questa era la prima seria lezione di meteorologia che mi dette mio padre, lui con la 5° elementare, di fatto, mi aveva spiegato cosa significasse trovarsi nell'occhio di un ciclone e che più grande è l'occhio più il tempo sarà brutto.

 

 

Solo dopo anni, credo fosse il 3° o 4° nautico, un professore mi spiegò tecnicamente quei concetti che mio padre anni prima mi aveva insegnato con la pratica.

Scrivi commento

Commenti: 0